Nel bel mezzo di una corale apertura onirica a suon di Beach Boys, la voce narrante di Laura Morante ci introduce cautamente nella favola nera di Marta, ventiquattrenne siciliana trapiantata a Roma neolaureata con lode, abbraccio accademico e pubblicazione della tesi in filosofia teoretica.
Umile, curiosa e un poco ingenua, Marta si vede chiudere in faccia le porte del mondo accademico ed editoriale, per ritrovarsi a essere “scelta” come baby-sitter dalla figlia della sbandata e fragile ragazza madre Sonia. È proprio questa “Marilyn di borgata” a introdurla nel call center della Multiple, azienda specializzata nella vendita di un apparecchio di depurazione dell’acqua apparentemente miracoloso.
Da qui inizia il viaggio di Marta in un mondo alieno, quello dei tanti giovani, carini e “precariamente occupati” italiani: in una periferia romana spaventosamente deserta e avveniristica, isolata dal resto del mondo come un reality, la Multiple si rivela pian piano al suo sguardo ingenuo come una sorta di mostro che fagocita i giovani lavoratori, illudendoli con premi e incoraggiamenti (sms motivazionali quotidiani della capo-reparto), training da villaggio vacanze (coreografie di gruppo per “iniziare bene la giornata”) per poi punirli con eliminazioni alla Grande fratello. Un mondo plasticamente sorridente e spaventato, in cui vittime (giovani precari pieni di speranze come il fragile Lucio 2 di Elio Germano) e carnefici sono accomunati da una stessa ansia per il futuro che si tramuta in folle disperazione. Non c’è scampo per nessuno all’interno di queste logiche di sfruttamento, e a poco servirà il tentativo dell’onesto ma evanescente sindacalista Giorgio Conforti (Valerio Mastandrea) di cambiare idealisticamente un mondo che difficilmente può essere cambiato.
Italia – 2008 – 117′
Con: Isabella Ragonese, Sabrina Ferilli, Elio Germano, Massimo Ghini, Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Valentina Carnelutti
Film passato ieri sera su Sky in prima visione riguardante il precariato nel mondo del lavoro. Un film indubbiamente intelligente che sa cogliere il dramma del lavoro precario con una buona dose di ironia e sorrisi, soprattutto da parte dell’interprete che affronta una vita apparentemente deludente con il sorriso sulle labbra. Ma per quanto intelligente possa essere è sicuramente portato all’esasperazione con la protagonista laureata con il massimo dei voti che non trova lavoro, una madre malata terminale, una coinquilina giovanissima e già madre, un datore di lavoro che fa sembrare tutto un gioco, l’assassinio, la follia, la morte, tutto insieme. E’ vero, succede sempre più spesso che giovani laureati si debbano adattare a lavori non appartenenti al loro status, ma così è davvero troppo.
Restando però all’interno del film definirei buona la prova di Isabella Ragonese e di Valerio Mastandrea che incarna il tipo di sindacalista ideale, tante parole e pochi fatti, discreta la recitazione di Massimo Ghini mentre ho trovato proprio scadente quella di Sabrina Ferilli, deludente e molto, troppo finta. Non solo come personaggio ma anche come recitazione.
Un film carino, da guardare, ma da prendere con le pinze.
Voto: 6
Approfitto della visione del film per proporre od esporre una breve riflessione. Ovviamente del tutto personale e non condivisibile.
Stiamo attraversando un momento grigio o meglio, nero per quanto riguarda l’economia che si riflette in tutto e per tutto nel mondo del lavoro. Oggi le aziende, italiane e mondiali, sono in pesante difficoltà, non vendono i propri prodotti perchè la gente non ha più soldi per fare gli stessi acquisti di qualche anno fa. La cosa più logica e ovvia, per poter sopravvivere, è tagliare il personale.
Lo so, è brutto da dire, ma non è così sbagliato. Tagliando il personale i costi di un’azienda si riducono e consentono di sopravvivere sperando e aspettando tempi migliori. E la sopravvivenza può garantire una base d’assunzione per il futuro quando tutto, si spera, riprenderà a funzionare per il verso giusto.
E’ in questo clima poco idilliaco che spuntano e prendono piede le agenzie di lavoro interinale, le assunzioni a tempo determinato e tutte quelle sigle che sembrano parole onomatopeiche: co.co.co, co.co.pro e via dicendo. Sicuramente è brutto, per chi ha studiato diversi anni e conseguito una qualsiasi laurea, vedersi squalificare in quel modo, dovendo adattarsi a delle occupazioni che non valorizzano le proprie capacità e ambizioni con una paga da miseria. E’ umiliante. Che poi quelli bravi davvero, quelli che hanno una testa che svetta sopra le altre, il lavoro lo trovano.
Ma se non ci fossero queste “umilianti” occasioni, se non ci fossero questi contratti a progetto o assunzioni temporanee, non sarebbe forse peggio restare a casa disoccupati?
Anche quella miseria che si può guadagnare che, ribadisco e lo so bene, è una miseria è sempre meglio di niente. Qualche piccola spesa la si può affrontare piuttosto che disperarsi per non avere nemmeno il latte la mattina. E allora che si faccia di necessità virtù, si prenda quello che viene. Il momento non offre di meglio ed è giusto cogliere quello che arriva, senza lasciarlo scappare credendo di essere superiori a quello che viene offerto. Senza continuare a maledire il governo perchè ha promesso e non ha fatto o per quello che ha fatto e che invece non andava fatto. E’ così dappertutto, anche in paesi in cui non esiste il Berlusconi capro espiatorio, la crisi c’è anche laddove qualcuno ha promesso e ha cercato di mantenere ma purtroppo, vittima degli eventi, è stato costretto a rinunciare.
Invece di andare in giro a declamare “vendo il mio corpo per un lavoro” per ergersi come martiri del sistema e, subdolamente, incassare i ricavi della vendita di un libretto si dovrebbe iniziare a cambiare mentalità, si dovrebbe iniziare a declamare “rimbocco le maniche e mi trovo un lavoro. E se non lo trovo, me lo invento!”
Forse non andrà tutto meglio, ma almeno qualcuno smetterebbe di fare la vittima accusando sempre e comunque qualcun altro.
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